In Italia c'e' spazio per l'innnovazione?

L'Italia continua a dimostrare grandi lacune in termini di innovazione: questo e' cio' che afferma il Global Innovation Index della Businness School of the World Insead il quale colloca l'Italia al 35 posto nella classifica dell'innovazione tra 125 Paesi.  Nonostante l'Italia sia salita di tre posizioni rispetto all'anno scorso, si trova dietro agli Emirati Arabi e appena al di sopra della Lettonia. I problemi dell'Italia sono risaputi:  scarsi investimenti in ricerca e sviluppo sia da parte degli enti pubblici che da parte delle aziende private, poca "Cross-fertilization" tra aziende e laboratori di ricerca universitari, bassi finanziamenti alla scuola pubblica, ecc. Tuttavia, la situazione piu' grave e' legata a  quello che aiuta l'innovazione ad arrivare sul mercato, infatti l'Italia e' agli ultimi posti in termini di pressione fiscale, margini di guadagno e investimenti che vedono poca tutela per i debitori e una scarsa presenza del Venture Capital.

In Italia oggi e' complicato e costa troppo avviare una startup, i giovani senza garanzie dai genitori, difficilmente possono ottenere un finanziamento da una banca e, se uniamo questa difficolta' alla mancanza di un vero e proprio settore di Venture Capitalist, si capisce che le startup hanno vita breve.  A questo si aggiunge una burocrazia che richiede a chiunque voglia aprire un'impresa di impegnare ore e ore di tempo a compilare moduli vari, spesso poco comprensibili, costosi e generalmente fini a se' stessi, ovvero inutili in termini di sostegno all'impresa.

Purtroppo questa situazione continua a toccare uno dei punti dolenti di questo paese, che comunque e' ancora ai primi posti per la sua creativita', la classe dirigente sia pubblica che privata e' in media ultrasessantennee le istituzioni e le imprese funzionano di conseguenza, secondo parametri ormai sorpassati: ci sono leggi sulla privacy, ad esempio, che non tengono conto delle immense opportunita' offerte da Internet e dai social media nell'amplificazione e velocizzazione degli affari e quindi tarpano le ali agli innovatori dell'informatica e ad interi settori del commercio.  Il digital divide in Italia e' un canyon.

Allora, mentre il paese stenta ad innovare i suoi innovatori se ne vanno a frotte.  Gli esempi di giovani che avevano difficolta' ad emergere in Italia e hanno avuto enormi successi all'estero sono molteplici e, se da un lato siamo orgogliosi di sapere che i cervelli italiani continuano a funzionare al TOP, dall'altro questo continuo "brain drain" e' deleterio per l'Italia che investe nella formazione e poi non vede alcun ritorno poiche i piu' brillanti, spesso dopo numerosi tentativi di rimanere in Patria, fanno le valigie e se ne vanno amareggiati.

Due esempi eclatanti del fallimento del sistema Italia nei confronti dei giovani sono stati pubblicati sul Sole24Ore:

Lorenzo Thione, un giovane informatico italiano, studente al Politecnico di Milano, a poco più di vent’anni, lascia l’Italia per terminare i propri studi in America dove, insieme ad altri ragazzi, fonda una startup – Powerset – con l’obiettivo di sfidare Google e Yahoo! sul terreno della ricerca on-line. Nel 2008 la sua startup – che nel frattempo aveva ricevuto $12 milioni in capitali di rischio– viene acquisita da Microsoft  per $100 milioni e viene resa il motore di ricerca semantica centrale di Bing.  Thione oggi  vive a San Francisco dove oltre ad occuparsi di informatica e' anche impresario teatrale.

Lo stesso Google è nato da un’intuizione di un giovane ricercatore italiano – Massimo Marchiori – che, a soli 26 anni, presentava al mondo la propria intuzione: un sistema di scansione del web in grado di catalogare i contenuti sulla base delle loro relazioni (link).  La sua idea nota come progetto Hyper Search divenne l’idea fondante del PageRank, l’algoritmo creato da Larry Page e Sergey Brin che diede vita a Google.  Tutto nacque nel 1996 quando Marchiori presento' il suo progetto Hyper Search ad una conferenza a Santa Clara in California, un sogno nel cassetto che era stato bocciato dagli accademici dell'Universita' di Padova.  Alla conferenza c'era Larry Paige, allora ventitreenne e studente di Stanford, il quale lo avvicino' e gli disse che era rimasto folgorato dalla sua idea e gli promise che insieme a un suo collega avrebbero provato a sviluppare l’algoritmo in un progetto più grande.  Nel 1997 Page e Brin annunciarono che era nato Google.

Tuttora Marchiori insegna tecnologia web nel dipartimento di Matematica dell'Universita' di Padova dove guadagna circa 2000 euro al mese come ricercatore.  Continua ad essere corteggiato da imprese e universita' straniere, l'ultima offerta americana che ha rifiutato era di 600 mila dollari netti all'anno, più i benefit.  Lui stesso dice che l'ultima riforma composta da tagli indiscriminati serve solo a rafforzare i tragici "baronati" che dilagano nelle universita; italiane.  Poi si chiede: "Perché sono tornato in Italia? Me lo chiedo anch'io. Resto per tigna, e per gli studenti. Non vorrei rassegnarmi, ma non so fino a quando"...

Cosa si puo' fare per fermare quest'emoraggia di cervelli?  Esistono soluzioni a breve termine?  A lungo termine?

Bridges to Italy continua a lavorare tramite l'Award Cervelli in Movimento per facilitare la crescita delle startup del Mezzogiorno, tuttavia si riconosce che rifome di tipo burocatico, giudiziario e fiscale sono indispensabili per aumentare la crescita degli investimenti nell'innovazione italiana e quindi nella diminuzione della fuga dei cervelli italiani all'estero.

Fonti:  Repubblica, Italian Valley - Wired, Webmaster, Sole24Ore